Area giuridica, Leggi&Diritto, Università

L’appello in procedura penale

appello in procedura penale

Sei alle prese con l’esame di procedura penale? Allora questo articolo con una spiegazione semplice e riassuntiva dell’appello ti potrà essere utile!

Cosa sono l’appello e l’appello incidentale?

L’appello è un mezzo di impugnazione ordinario disciplinato dagli artt. 593 e ss. del codice di procedura penale e destinato a investire alcune sentenze dei giudici di primo grado. Infatti non tutte le sentenze sono appellabili: il legislatore ha previsto delle limitazioni oggettive, che riguardano il tipo di sentenza, e delle limitazioni soggettive, che si riferiscono ai soggetti che possono proporre il mezzo di gravame.

Tali limitazioni sono state ampliate con il D.Lgs. 11/2018, che ne ha introdotte di nuove con l’intento di ridurre la pressione sul sistema giudiziario e di limitare l’utilizzo dell’istituto ai soli casi in cui vi sia un concreto interesse.

In base alla regola generale (art. 593), l’imputato può appellare le sentenze di condanna, mentre il P.M. può impugnare tali sentenze solo se:

  • modificano il titolo del reato
  • escludono la sussistenza di una circostanza aggravante ad effetto speciale
  • o stabiliscono una pena di specie diversa da quella ordinaria prevista per il reato

Il P.M., inoltre, può appellare le sentenze di proscioglimento; all’imputato, invece, è preclusa la facoltà di impugnare le sentenze di assoluzione perché il fatto non sussiste o perché l’imputato non lo ha commesso.

Sempre inappellabili sono le sentenze di condanna alla sola pena dell’ammenda e le sentenze di proscioglimento relative a contravvenzioni punite con la sola ammenda o pena alternativa.

Le regole generali appena citate sono frutto del principio — applicabile ad ogni impugnazione — in base al quale per impugnare una sentenza occorre avervi interesse (art. 568, comma 4).

Quanto all’appello incidentale, esso è uno strumento fornito all’imputato che non ha proposto l’appello. Infatti, con questo istituto gli viene data la possibilità, entro 15 giorni dalla notificazione dell’appello principale, di impugnare la sentenza (art. 595).

La natura incidentale di tale appello emerge con chiarezza se si pensa che qualora l’appello principale fosse dichiarato inammissibile o la parte proponente vi rinunciasse, perderebbe efficacia anche quello incidentale.

Vale la pena sottolineare che prima del D.Lgs. 11/2018 l’istituto era aperto a tutte le parti che potevano impugnare la sentenza. La riforma ha reso l’appello incidentale proponibile dal solo imputato.

Infine, l’appello incidentale può riguardare solo i capi della sentenza oggetto dell’impugnazione principale e deve riguardare i punti oggetto di appello principale e quelli che con essi hanno una essenziale connessione.

Se l’imputato non vuole o non può presentare appello incidentale può sottoporre al giudice questioni su cui sollecita una decisione con memorie o richieste scritte.

Il giudice competente e la sua cognizione

La competenza per il giudizio di appello spetta, in generale, alla Corte d’Appello (o, per le sentenze della Corte d’Assise, la Corte d’Assise d’Appello). L’unica eccezione è prevista per le sentenze emesse dal giudice di pace che sono impugnabili innanzi al tribunale in composizione monocratica.

L’appello è un mezzo di impugnazione parzialmente devolutivo: per tale motivo, l’ambito di cognizione del giudice è limitato ai capi e punti ai quali specificamente si riferisce (art. 597).

Nell’appello devono essere indicati i motivi di fatto e di diritto che sono alla base dell’impugnazione. I motivi sono essenziali per la validità dell’appello che, se sprovvisto, è inammissibile.

Tuttavia, l’effetto devolutivo subisce alcune limitazioni. È infatti concesso al giudice di rilevare d’ufficio la sospensione condizionale della pena, la non menzione, concedere una o più circostanze attenuanti e effettuare il giudizio di comparazione tra le circostanze. Può inoltre rilevare d’ufficio le nullità assolute, dichiarare il difetto di giurisdizione o l’incompetenza per materia, nonché pronunciarsi su una causa di non punibilità.

Non può, invece, applicare sanzioni sostitutive brevi di pene detentive se non richieste nell’atto di appello.

Quanto al potere cognitivo del giudice, questo è diverso a seconda che si tratti di appello promosso dal P.M. o dall’imputato. Nel primo caso, il giudice può aggravare la qualificazione giuridica del fatto, la specie o la qualità della pena, revocare benefici, mutare l’assoluzione in condanna o la formula di proscioglimento. Se l’appellante è solo l’imputato vige il divieto di reformatio in peius, non può cioè aumentare la pena, applicare misure di sicurezza nuove o più gravi, prosciogliere l’imputato con formula meno favorevole, revocare benefici. Tuttavia può applicare le pene accessorie obbligatorie. Se viene accolto l’appello dell’imputato, la pena complessiva deve sempre essere ridotta.

Modalità di svolgimento dell’appello

Preliminarmente occorre precisare che la regola generale vuole che in appello si osservano le disposizioni relative al giudizio di primo grado, se applicabili (art. 598).

Il giudizio di appello può svolgersi in due modalità:

  • con rito dibattimentale (art. 602)
  • con procedura in camera di consiglio (art. 599). Il rito camerale è più agile ma meno garantito, in quanto non prevede la presenza necessaria del P.M. e delle parti private che sono sentite solo se compaiono. La presenza del P.M. e del difensore è necessaria solo nell’ipotesi di rinnovo dell’istruzione dibattimentale. Il rito di cui si tratta può comunque essere utilizzato solo se l’appello riguarda la specie o la misura della pena, l’applicazione di circostanze attenuanti generiche, il giudizio di comparazione, le sanzioni sostitutive o benefici come la sospensione condizionale della pena e la non menzione della condanna, nonché quando riguarda determinate statuizioni di natura civile o una sentenza emessa a seguito di rito abbreviato.

In entrambi i casi, se l’appello non deve essere dichiarato inammissibile, il presidente ordina la citazione dell’imputato (sia che sia appellante sia nel caso in cui l’appello sia stato proposto dal P.M.).

Il concordato in appello

Il concordato in appello è stato introdotto dalla L. 103/2017 con l’intento di deflazionare il carico dei processi nel secondo grado di giudizio.

Le parti, quindi, hanno la possibilità di dichiarare al giudice di aver raggiunto un accordo sull’accoglimento, in tutto o in parte, dei motivi di appello, con rinuncia a eventuali motivi e con eventuale nuova determinazione della pena. In questo caso, la Corte provvede in camera di consiglio. Al giudice resta comunque la possibilità di non accettare la richiesta e di ordinare la citazione a comparire in dibattimento. La richiesta e la rinuncia, in quest’ultimo caso, perdono effetto e possono essere riproposte in dibattimento.

La rinnovazione dell’istruzione dibattimentale  

Uno degli aspetti più interessanti relativi all’appello è quello della rinnovazione dell’istruzione dibattimentale. In appello, infatti, è prevista la possibilità di rinnovare l’istruzione dibattimentale, ma solo in alcuni specifici casi e cioè (art. 603):

 

  • su istanza di parte, quando si tratta di prove già acquisite nel dibattimento di primo grado o di prove nuove (cioè prove richieste dalla parte e non ammesse dal giudice di primo grado), se il giudice di appello ritiene di non essere in grado di decidere allo stato degli atti; sempre su istanza di parte, quando si tratta di nuove prove sopravvenute o scoperte dopo il giudizio di primo grado, ma in questo caso il giudice è obbligato a disporre la rinnovazione, a meno che tali prove non risultino manifestamente superflue o irrilevanti;
  • d’ufficio, se il giudice ritenga la rinnovazione assolutamente necessaria;
  • infine, il giudice dispone la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale in caso di appello del pubblico ministero contro una sentenza di proscioglimento per motivi attinenti alla valutazione della prova dichiarativa.

Le decisioni di merito del giudice di appello

Il giudizio di appello è deciso nel merito dal giudice con sentenza che conferma o riforma la sentenza impugnata, sia a seguito del procedimento in camera di consiglio sia a seguito dell’ordinario dibattimento.

La conferma consegue ad una valutazione di infondatezza dell’appello; la riforma ad un accoglimento, totale o parziale, del gravame.

La sentenza ha immediata esecutività per i capi civili e, se pro reo, anche per i capi penali.

Hai bisogno di spiegazioni semplici, chiare e veloci di procedura penale? Qui puoi trovare il nostro compendio, con l’analisi di tutti gli istituti, gli schemi e schede di diritto processuale penale, che aiuteranno la tua memoria visiva, e il codice esplicato da consultare durante lo studio.

Torna al Blog

Articoli correlati