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Il Consiglio supremo di difesa si riunisce per discutere il conflitto in Iran. Cosa ha deciso?
Il 13 marzo 2026 si è tenuta al Quirinale una riunione del Consiglio supremo di difesa, per discutere le ripercussioni politiche ed economiche che potrebbero derivare dall’attuale conflitto in Iran.
In questo articolo approfondiremo la struttura del Consiglio supremo di difesa e spiegheremo a quali conclusioni esso è giunto al termine della riunione.
L’attacco in Iran e la posizione dell’Italia
In uno scenario globale sempre più caotico e pieno di conflitti, gli occhi del Mondo sono puntati, dallo scorso 28 febbraio 2026, sugli sviluppi dell’Operazione Leone Ruggente. È questo, infatti, il nome dato da Stati Uniti e Israele alle azioni militari che stanno conducendo contro il regime degli ayatollah in Iran. Non è, tuttavia, ancora chiaro quale sia l’obiettivo ultimo di quest’operazione: se in un primo momento il tycoon aveva invocato la rivolta dei cittadini contro il regime degli ayatollah e dei pasdaran, adesso il focus sembra essersi spostato sulla neutralizzazione delle capacità militari e delle infrastrutture petrolifere iraniane.
Il Presidente Trump, durante l’intervista telefonica rilasciata alla National broadcasting company (più semplicemente Nbc) il 14 marzo 2026, aveva affermato di non essere ancora pronto a un accordo conclusivo delle operazioni. Non sono, tuttavia, stati forniti ulteriori dettagli. Negli ultimi giorni, invece, si vocifera di possibili colloqui tra le due parti, dopo che gli USA hanno inviato a Teheran una proposta per il cessate-il-fuoco; funzionari iraniani, tuttavia, smentiscono che siano in corso trattazioni con Washington.
Gli effetti sull’economia globale di questa nuova fase di instabilità sono, al contrario, già evidenti: dalla nazionalizzazione dello Stretto di Hormuz ad opera dei Pasdaran, che ha fatto aumentare i prezzi del petrolio e dell’energia elettrica, fino ad arrivare agli attacchi dei droni iraniani verso gli altri Paesi del Medio Oriente e anche contro una base militare britannica a Cipro.
Il Consiglio supremo di difesa si riunisce
Lo scorso 13 marzo 2026 il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha convocato al Quirinale una riunione del Consiglio supremo di Difesa, per discutere gli effetti destabilizzanti che potrebbero derivare dall’attuale conflitto in Iran.
Il Consiglio supremo di difesa è un organo di rilevanza costituzionale, previsto dall’art. 87 Cost. la quale, tuttavia, si limita ad affermare che esso è presieduto dal Presidente della Repubblica. La sua composizione e il funzionamento sono, invece, disciplinati dal Titolo II del D.Lgs. 66/2010 (il Codice dell’ordinamento militare). Si tratta, in sostanza, di un forum istituzionale che «esamina i problemi generali politici e tecnici
attinenti alla difesa nazionale e determina i criteri e fissa le direttive per l’organizzazione e il coordinamento delle attività che comunque la riguardano» (art. 2 del D.Lgs. 66/2010).
I componenti di diritto ed eventuali
In base a quanto stabilito dall’art. 8 del D.Lgs. 66/2010, il Consiglio supremo di difesa si riunisce almeno due volte all’anno; il Presidente della Repubblica, tuttavia, ha la facoltà di convocare il Consiglio supremo di difesa in via straordinaria, ogni qual volta lo ritenga necessario (art. 8, comma 2, del D.Lgs. 66/2010). In quest’ultimo caso il Presidente può agire di propria iniziativa, oppure su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri.
Chi ha partecipato alla riunione del Consiglio supremo di difesa? L’art. 3 del D.Lgs. 66/2010 stabilisce che sono componenti di diritto del Consiglio supremo di difesa, accanto al Presidente della Repubblica che lo presiede:
- il Presidente del Consiglio dei ministri (Giorgia Meloni), con funzioni di vice-presidente;
- il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale (Antonio Tajani);
- il Ministro dell’interno (Matteo Piantedosi);
- il Ministro dell’economia e delle finanze (Giancarlo Giorgetti);
- il Ministro della difesa (Guido Crosetto);
- il Ministro dello sviluppo economico, attualmente denominato Ministro delle imprese e del Made in Italy (Adolfo Urso);
- il Capo di Stato maggiore della difesa (Luciano Portolano).
- il Segretario del Consiglio supremo di difesa (Francesco Saverio Garofani).
Ai nomi sopra indicati si sono poi aggiunti, da un lato, il Segretario della Presidenza della Repubblica, Ugo Zampetti, e dall’altro il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Alfredo Mantovano.
Occorre precisare, inoltre, che l’art. 4 del D.Lgs. 66/2010 dà al Presidente della Repubblica la facoltà di convocare, se lo ritiene opportuno, ulteriori componenti eventuali ossia:
- i Ministri che non sono componenti di diritto;
- i Capi di stato maggiore dell’Esercito italiano, della Marina militare e dell’Aeronautica militare;
- i Presidenti del Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile (CIPESS), del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR), dell’Istituto centrale di statistica (ISTAT), degli organi consultivi delle Forze armate e dello Stato.
L’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra
Nel documento redatto al termine della riunione (leggibile qui), il Consiglio ha anzitutto espresso la sua preoccupazione per la fase caotica che l’ordine internazionale sta attraversando: sempre più spesso, infatti, singoli Stati della Comunità internazionale, in modo unilaterale, ricorrono all’uso della forza armata per risolvere le proprie controversie. Si pensi, a titolo esemplificativo, alla guerra russo-ucraina che si protrae dal febbraio 2022, alla questione israelo-palestinese che prosegue (a più riprese) dal Secondo Dopoguerra, ma anche a conflitti interni come quello tutt’ora in corso nel Sudan.
Tali azioni, come sottolineato dal Consiglio, indeboliscono il cd. sistema-ONU, ossia quell’ordine internazionale sorto al termine della WWII e fondato, da un lato, sul multilateralismo e, dall’altro, sul divieto assoluto di ricorso alla forza armata nelle controversie internazionali. Lo stesso Presidente degli USA, Donald Trump, ha di recente istituito un nuovo organismo internazionale, il Board of Peace (ne abbiamo parlato in un precedente articolo), che ha come suo obiettivo la promozione della pace e della stabilità nelle aree colpite o minacciate da conflitti.
Il Consiglio ha, in questo contesto, richiamato l’art. 11 Cost., in base al quale il nostro Paese ripudia la guerra (come strumento di risoluzione delle controversie internazionali), e ha chiarito che «l’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra».
Infine, il Consiglio supremo di difesa ha sottolineato l’importanza dell’azione di coordinamento tra Italia, Francia, Germania e Regno Unito in materia di difesa e sicurezza generale.
Il lancio di missili verso Cipro – Paese membro dell’UE – e la Turchia – Paese chiave nell’ambito della NATO – dimostra infatti quanto rapidamente i conflitti possano rischiare di estendersi ben oltre la loro portata originaria.
Le basi americane in Italia
Un tema particolarmente delicato, nel contesto delle operazioni militari statunitensi in Iran, riguarda infine la presenza di basi americane in Italia, che Washington potrebbe voler utilizzare per far transitare uomini, velivoli o proprio per lanciare attacchi diretti all’Iran.
L’Italia, infatti, data la sua posizione privilegiata di “porta del Mediterraneo”, è sede di molteplici basi statunitensi, più precisamente situate a: Sigonella (Sicilia); Aviano (Friuli Venezia-Giulia); Ghedi (Lombardia); Napoli (Campania); Gaeta (Lazio); Camp Darby (Toscana) e Camp Ederle (Veneto).
L’accordo che regolamenta la presenza di infrastrutture statunitensi in Italia risale al 20 ottobre 1954 ed è il Bilateral Infrastructure Agreement (cd. BIA, anche conosciuto come Accordo Ombrello). Al BIA hanno fatto seguito vari Memorandum nel corso degli anni successivi: tra questi ultimi si segnala quello del 1995 (cd. Shell Agreement), che ha previsto la stesura di un Accordo tecnico per ciascuna installazione statunitense presente sul suolo italiano.
Si tratta ovviamente di accordi coperti dal segreto di Stato, data la sensibilità delle infrastrutture militari, e la loro pubblicazione dovrebbe esse congiuntamente decisa da Italia e USA.
In linea generale, le basi militari utilizzate dagli Stati Uniti nel nostro Paese sono soggette a una duplice forma di controllo, operata dalle autorità militari statunitensi e italiane. I comandanti delle basi sono militari italiani, i quali prendono decisioni riguardanti unicamente il numero dei voli e i loro orari, nonché in merito alla responsabilità di assistenza al traffico aereo. Il controllo di carattere militare sul personale, l’equipaggiamento, i tipi di attività che vengono posti in essere ricadono, invece, nella competenza del comandante statunitense.
È bene precisare che tutte le suddette postazioni e installazioni sono state concesse agli USA esclusivamente per scopi logistici e non, viceversa, per condurre azioni militari offensive. In quest’ultimo caso, infatti, il governo statunitense dovrebbe chiedere l’autorizzazione preventiva del Governo italiano e attendere il nulla osta di quest’ultimo.
Se vuoi approfondire ulteriormente questi argomenti da un punto di visto giuridico, ti consigliamo di leggere il Compendio di diritto Internazionale e il Compendio di Diritto Costituzionale di Edizioni Simone.






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