Blog Simone
I social stanno rovinando i nostri ragazzi? Alla domanda se i social causano danno ai nostri ragazzi i giudici statunitensi hanno risposto di sì
Si parla di nuovo del rapporto tra i giovani e i social network. La discussione è alimentata da episodi di cronaca legati alla violenza giovanile e da alcune sentenze statunitensi. Sempre più giudici stanno infatti provando a rispondere a una domanda: “i social stanno rovinando i nostri ragazzi?”.
Questo articolo è dedicato al rapporto tra i giovani e i social e all’impatto che questi possono avere nella crescita emotiva dei più piccoli.
I social sotto processo
Facebook è il social nato nel 2004 e arrivato in Italia nel 2008. Per una generazione è stato il primo vero social: uno spazio in cui condividere pezzi della propria vita con un gruppo di persone che in qualche modo si conoscevano. Non è un caso che all’inizio chiamavamo i contatti su Facebook amici mentre adesso chiamiamo l’equivalente di Instagram followers (seguaci). In dieci anni ci si è allontanati dall’idea di amicizia che aveva reso popolare Facebook nei primi anni del Duemila. Piano piano è scomparso l’obiettivo di avvicinare persone lontane, mettere in contatto famiglie separate da continenti, far sentire o incontrare vecchi amici di scuola.
Oggi i social, Facebook incluso, sono qualcosa di molto diverso: nati per avvicinare le persone, sembrano aver definitivamente perso questa funzione in favore di una più “commerciale”, una vetrina di prodotti da vendere in modo più o meno velato.
Meta, l’azienda di Mark Zuckerberg, è da anni al centro del dibattito pubblico e in queste settimane è nel mirino, con tutti gli altri colossi dei social, per un motivo particolare. Dopo anni di utilizzo senza limitazioni, oggi i social sono sotto processo sia per l’impatto che possono avere sulla salute mentale – in particolare quella dei minori, ma anche quella degli adulti non scherza – sia perché sottopongono gli utenti più piccoli a contenuti non adatti e al rischio di diventare vittime di predatori sessuali. I colossi social sono stati scossi, in particolare, da due sentenze.
Meta e la sicurezza dei minori
La prima sentenza arriva dal New Mexico. I giudici hanno condannato Meta perché l’azienda, consapevole dei rischi che corrono i minori su social come Facebook e Instagram, ha ingannato gli utenti, facendogli credere di essere protetti.
Il risarcimento deciso è pari a 375 milioni di dollari, una cifra considerevole, eppure il danno peggiore non è quello economico ma quello all’immagine. La sentenza mostra che aria tira verso le aziende proprietarie di piattaforme social, non più solo in Europa ma anche oltreoceano, dove sono nati.
Dal processo è emerso che diversi utenti utilizzavano i social di Meta per diffondere materiale pedopornografico e per adescare minori. Ma questa sentenza è solo un primo step: a maggio il processo continuerà e la richiesta del procuratore USA è quella di ordinare a Meta di fare modifiche sostanziali per aumentare il livello di protezione degli utenti.
Per la prima volta, uno Stato ha fatto condannare Meta su temi che riguardano i minori.
Si parla anche del rapporto tra social e salute mentale
Sempre dagli Stati Uniti arriva un’altra sentenza di condanna, questa volta non rivolta solo a Meta ma anche a Google (TikTok e Snapchat, chiamati in causa, hanno scelto di patteggiare). Dal tribunale di Los Angeles, città californiana vicina a quella Silicon Valley, che è la patria di quasi tutte le Big Tech, arriva una sentenza storica contro Meta e Google, condannate a pagare un risarcimento di 3 milioni di dollari ciascuna.
Questa volta a iniziare il processo è stata direttamente una ragazza, Kaley, che ha accusato i colossi di aver compromesso la sua salute mentale. La ragazza, ormai ventenne, ha chiesto che fosse riconosciuto il ruolo dei social nella sua depressione e il forte impatto negativo di questi sulla sua salute mentale.
Per creare un account su Instagram in teoria si dovrebbero avere almeno 13 anni, ma Kaley, come quasi tutti gli adolescenti e i bambini, ne aveva aperto uno già a 9 e aveva così dato inizio a una vera e propria dipendenza.
Dipendenza dai social
La dipendenza è lo stato in cui si trova chi non ha libertà perché le sue azioni sono vincolate da fattori o persone esterne. Si può essere dipendenti dal gioco, dall’alcol, dalla droga e, a quanto pare, anche dai social. Mentre però la dipendenza da alcol, droga e gioco è in qualche modo presa in considerazione da chi fa le leggi (pensiamo a tutti gli strumenti dissuasivi come le sanzioni, le immagini sui pacchetti di sigarette o le pubblicità in TV sul gioco responsabile), quella dai social fino a questo momento è rimasta fuori dai radar.
Meta ha scelto di non proteggere i minori
La salute mentale non è ovviamente collegata ad un unico fattore, tuttavia le aziende sono state condannate perché hanno scelto di non proteggere i minori e di non attivare strumenti, che pure avevano a disposizione, per tutelare soggetti troppo piccoli per applicare da soli le cautele necessarie. Non è stata, ad esempio, attivata l’interruzione delle notifiche di notte, piccola accortezza che avrebbe sicuramente migliorato la condizione di migliaia di adolescenti con disturbi del sonno. D’altronde le piattaforme guadagnano sulla base del tempo che tutti ci passiamo sopra, una disattivazione delle notifiche provocherebbe un calo, seppur minimo.
Questa sentenza, forse più di quella del New Mexico, è storica e crea un precedente che sarà utilizzato come parametro per le cause successive. Il risarcimento è enorme, ma anche in questo caso il danno reputazionale potrebbe esserlo ancor di più.
In definitiva, alla domanda se i social danneggiano i giovani i giudici statunitensi hanno risposto di sì.
Non ci sono solo i tribunali
Il modo in cui stiamo guardando ai social è cambiato moltissimo, soprattutto dopo il Covid, e Governi e cittadini hanno iniziato a ragionare su quali possano essere gli strumenti migliori per integrare la tecnologia nella vita quotidiana senza creare danni irreversibili.
In Francia, nel Regno Unito e in altri Stati europei ad unirsi contro i social sono gruppi di genitori e istituzioni scolastiche. Sono nate così diverse associazioni, come la Smartphone Free Childhood, ma anche progetti. Ad esempio, alcuni genitori si sono accordati tra loro e con i dirigenti scolastici per non far venire i figli in contatto con il cellulare prima dei 14 anni e ritardando l’uso dei social addirittura ai 16 anni. L’obiettivo di questi progetti è eliminare uno dei problemi più seri nella gestione del rapporto tra minori e social: la pressione sociale. Se molti bambini in classe hanno il cellulare e un profilo social, diventa più difficile per i genitori negare queste stesse cose ai propri figli.
Un esperimento simile va avanti già dal 2024 nel prestigioso istituto Eton, forse la più famosa scuola inglese, che ha vietato i cellulari ai suoi studenti più giovani (13 anni) con l’obiettivo di difenderne la salute mentale.
La misura arriva dopo altre dello stesso tipo (ad esempio, l’obbligo di consegnare il cellulare di notte, per non essere turbati dalle notifiche durante il riposo). L’istituto ha deciso di modificare il suo regolamento perché preoccupato per aspetti come «la socializzazione, l’abuso e l’uso eccessivo e l’impatto sulla salute mentale e fisica» dei social e dei cellulari.
I tredicenni iscritti alla Eton potranno avere solo un cellulare per scrivere SMS e fare chiamate, senza accesso a internet e comunque da utilizzare dopo l’orario scolastico.
Social e violenza giovanile
Si parla di nuovo di limitazioni all’uso dei social anche per alcuni episodi di cronaca che hanno coinvolto giovani. Il 25 marzo vicino Bergamo un tredicenne ha accoltellato la sua insegnante fuori scuola. Pochi giorni dopo, il 31 marzo, un quattordicenne è stato accoltellato nei bagni della sua scuola a Scampia. Meno di un mese prima, il 28 febbraio, a Genova un altro quattordicenne era stato accoltellato su un autobus da un coetaneo.
Città e nazionalità diverse, ma tutti i protagonisti di queste storie sono giovani e sono stati autori o vittime di episodi di violenza. I dati italiani sulla violenza giovanile non sono allarmanti, soprattutto se confrontati con quelli di altri Stati europei. Un’indagine molto approfondita di Save the Children – “(Dis)armati” – ha però sottolineato che la violenza giovanile è un fenomeno sempre più diffuso. Dal canto suo, il governo ha messo il fenomeno al centro di alcune leggi (vedi il decreto Caivano), con che l’obiettivo di combattere queste forme di violenza.
In queste settimane alla discussione sugli strumenti di prevenzione di episodi di violenza si è unito un tassello impensabile fino a qualche anno fa: il rapporto tra giovani e social. Se per anni la sfida alle aziende tech era un tabù, adesso ne parlano tutti: opinione pubblica, governi e giudici. Sotto la lente di ingrandimento ci sono soprattutto gli effetti prodotti sui più giovani dallo scrolling prolungato (cioè la visualizzazione di un contenuto dopo l’altro) su piattaforme come Instagram o TikTok. A chi non è capitato di iniziare a guardare video, perdere totalmente la cognizione del tempo e scoprire di aver guardato lo schermo per ore?
La generazione nata con i social
Gli appartenenti alla generazione Alpha (cioè i nati dopo il 2010) hanno conosciuto il mondo attraverso il cellulare e sono ormai molti gli studi che dimostrano che l’uso frequente dei social media, che coinvolge diverse reti cerebrali chiave, può influenzare lo sviluppo cerebrale, intaccando anche le capacita sociali e il controllo degli impulsi.
Non ci sono quindi solo problemi legati all’impatto sulla salute mentale connessa alla depressione: anche scatti d’ira e episodi di violenza possono essere collegati ad un uso improprio dei social.
Come funziona oggi l’iscrizione ai social
Ad oggi, i minori possono iscriversi autonomamente ai servizi online dai 14 anni, prima sarebbe necessario il consenso. Social come Instagram consentono l’iscrizione a chi ha compiuto 13 anni, ma, come ha dimostrato il caso di Kaley, i controlli non sono efficaci e anche chi ha molto meno di 13 anni riesce ad iscriversi (come dire, è una procedura che saprebbe aggirare anche un bambino).
Come l’Australia, molti paesi hanno vietato l’uso dei social ai minori di 16 anni. Iniziative simili sono partite, ad esempio, in Francia, Portogallo e Spagna. La Grecia ha annunciato che dal 1° gennaio 2027 vieterà l’accesso ai social network ai minori di 15 anni. E l’Italia?
Cosa pensa di fare il Parlamento?
Soprattutto dopo l’episodio del tredicenne che ha accoltellato la sua insegnante e ha postato il video su Telegram, sembra sia emersa una nuova consapevolezza relativa alla necessità di darsi delle regole.
Le proposte in Parlamento sono tante (tutte bloccate) e portano la firma di Deputati e Senatori di ogni schieramento politico (tra le altre, Madia e Carfagna). Si differenziano per piccole sfumature e forse si potrebbe anche arrivare ad una votazione su un testo congiunto.
Sull’età non c’è una linea comune: alcune proposte pongono come limite 13 anni (che è quello già vigente) con accesso controllato però fino ai 16 (proposta Carfagna), altre invece alzano il limite a 14 o addirittura 15 (proposte Madia e Latini).
C’è chi chiede di imporre alle piattaforme sistemi per limitare lo scroll infinito.
Tutte le proposte, comunque, devono partire dall’introduzione di sistemi di verifica dell’età dei minori efficienti (magari con la carta di identità elettronica-CIE).
Altro punto sono i contenuti generati con l’intelligenza artificiale, soprattutto visivi, che alcune proposte di legge vorrebbero far cancellare in automatico dalle piattaforme. Non si tratta solo di Deepfake ma anche di veri e propri profili realizzati con avatar realistici che dialogano e sponsorizzano prodotti.
Serve un divieto?
Sui social la maggior parte dei giovani ha costruito e sta costruendo una parte rilevante della propria identità e il divieto secco dell’uso delle piattaforme secondo molti potrebbe non bastare.
Le aziende che posseggono i principali social (Meta in primis) si stanno attrezzando per creare spazi costruiti per gli adolescenti – ad esempio con account dedicati con i teen account. L’azienda cinese TikTok, invece, sta puntando su sistemi di controllo da parte dei genitori.
Il divieto può essere un buon primo passo, soprattutto per aiutare i genitori ed alleviare la pressione sociale dovuta al «ce l’hanno tutti i miei amici, perché io no?». A questo dovrebbe però seguire anche momenti di educazione all’uso della tecnologia.






Concorsi
Concorsi scuola
Professionisti
Università